domenica 5 maggio 2013

La gastronomia sui francobolli

Questa mattina ho pubblicato un articolo sull'olio e il vino.
Successivamente mi sono imbattuta in un sito internet (<http://www.francobolli-italia.it/>) nel quale è possibile visualizzare tutti i francobolli italiani dal 1956 fino ad oggi.

Ovviamente ho cercato francobolli che avessero come immagine qualcosa che avesse a che fare con l'argomento del mio blog e guardate cosa ho trovato:



Proprio un francobollo del 2005 su cui era rappresentata l'uva!
Eccone di seguito un altro che raffigura delle spighe di grano, sempre datato 2005.



sabato 4 maggio 2013

Come e dove si fa?

Oggi ho deciso di incentrare l'argomento di questo post su due prodotti tipici della mia regione, la Puglia: l'olio e il vino.  
Mi sono proposta due obiettivi per l'articolo di oggi: innanzitutto vorrei dare ai miei lettori un'idea dei  luoghi di produzione di vino e olio italiani e, in seguito, vorrei spiegare quali sono le tecniche per estrarre da olive e uva, rispettivamente, olio e vino. 




Forse non tutti lo sanno, ma la vite è una pianta davvero molto antica che, tuttavia, solo sumeri, egizi e greci cominciarono a sfruttare per produrre vino. Già durante l'Impero Romano a Roma circolavano circa centoquaranta tipi di vino: la vastità del regno di Roma era talmente grande che esso proveniva da ogni dove. Dopo la caduta dell'Impero, il vino e la vite subirono una grave involuzione e resistettero bene solo all'interno dei monasteri; fu grazie a Carlo Magno che il vino conobbe un nuovo splendore.
La vite non ha mai avuto grossi problemi di coltivazione fino a che, circa duecento anni fa, arrivarono dall'America dei parassiti (fillossera, che attacca le radici della pianta, la peronospora e l'oidio, che attaccano foglie e grappoli) che fecero temere il peggio: l'estinzione della vite europea.
Fortunatamente adesso, grazie agli sviluppi della chimica, si sono trovati rimedi efficaci contro questi parassiti: prodotti a base di rame per la peronospora e di zolfo contro l'oidio.
Attualmente l'Italia è il primo paese viticolo del mondo e l'Europa detiene l'80% della produzione mondiale del vino. Il motivo principale è, probabilmente, legato al clima: la vite, infatti, può vivere e fruttificare solo dove esistono le  quattro stagioni.
Ogni anno la vite, quando è a riposo vegetativo, deve essere potata per ottenere una buona produzione sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Dal tipo di potatura, dal numero di piante per ettaro e dal tipo di vigneto dipende in gran parte la qualità e la quantità dell'uva. 
I sistemi di potatura sono di diverso tipo e variano a seconda dei fattori climatici e del tipo di vigneto. Nei climi ed ambienti più consoni alla coltivazione si cerca, dopo un'adeguata potatura, di avere dalla pianta la massima espansione vegetativa (non dimentichiamo che più vegetazione c'è più è accentuata la fotosintesi clorofilliana e più zucchero ci sarà nell'acino).
Il tralcio si pota più o meno corto a seconda dell'uva che si vuole produrre: più gemme avrà il tralcio, più uva produrrà la vite, più scarsa sarà la qualità. 
L'esposizione migliore che la vite può avere è quella a sud est (per un ovvio motivo di esposizione al Sole) ed in collina. Le piantine (denominate barbatelle quando vengono acquistate in vivaio prima di essere piantate) cominciano a produrre intorno al 3° o 4° anno di età; raggiunto il 6° anno si ottiene già un'ottima produzione. Il ciclo della vite dura fino ai 30 anni: dopo conviene estirpare il vigneto, far riposare il terreno qualche anno e reimpiantare.
In primavera la vite ricomincia a vegetare ed in seguito ci sarà la fioritura a cui segue la formazione di piccoli grappoli (allegagione).Prima dell'estate noteremo i grappoli già formati e verdi, mentre in piena estate c'è la fase dell'invaiatura dove l'acino, per dilatazione cellulare, si ammorbidisce e prende il colore (giallo o rosso) dalla buccia. 
Il momento della raccolta dipende molto dal vino che si vuole ottenere: se si deve produrre uno spumante la raccolta sarà leggermente anticipata per avere una quantità di acidi superiore nell'uva, man mano che l'uva diventa matura diminuiscono gli acidi e crescono gli zuccheri; al bilanciamento considerato ottimale si raccoglie l'uva.


Dato che non ho mai fatto esperienza della produzione del vino, ho trovato sul web una guida per produrlo in casa: http://www.vinostore.it/crea.php





Per quanto riguarda l'olio, invece, posso fare menzione di un'esperienza personale: qualche anno fa, infatti, sono stata "reclutata" da alcuni amici per andare a raccogliere le olive e farne olio.
Grazie alla tecnologia, disponiamo di un attrezzo, lo scuotitore, per mezzo del quale si riescono a fare cadere molto più velocemente le olive dall'albero. 




All'estremità inferiore dello strumento è posto un motore che mette in moto l'attrezzo stesso; l'estremità superiore, come potete vedere dall'immagine, termina a C: questa parte viene agganciata ad un ramo dell'albero e, dopo aver messo in moto lo strumento, grazie a movimenti dal basso verso l'alto, viene appunto scosso il ramo, che fa cadere sul terreno le olive.
Prima di cominciare con questa operazione, si dispongono sotto l'albero, dei grossi teloni sui quali si depositeranno le olive.
E' chiaro che alcuni frutti rimarranno appesi ai rami: per farli cadere dall'albero si usano una verga in metallo e dei pettini. Il primo serve per percuotere i rami, i secondi vengono utilizzati proprio per "pettinare" i rami e far cadere le olive più resistenti.
I teloni vengono spostati di albero in albero man mano che vi si fanno cadere le olive; una volta pieni si svuotano i frutti in dei sacchi che, colmati, verranno portati al frantoio che si occuperà di estrarre l'olio dalle olive.
Questa operazione finale è davvero breve: quando raccolsi le olive insieme ai miei amici, già il giorno dopo avevamo sulla nostra tavola l'olio appena prodotto.
In realtà, esso va fatto decantare per un po' di tempo e non va utilizzato subito perché ha un sapore molto forte e, si dice, non faccia molto bene. Tuttavia il buon lavoratore sa che il frutto della sua fatica non può che avere il sapore più buono del mondo!

martedì 30 aprile 2013

The World's 50 Best Restaurant

Ieri, 29 aprile, si è tenuto a Londra uno degli eventi più celebri e attesi del mondo gastronomico: The World's 50 Best Restaurant. Questa manifestazione premia i cinquanta migliori ristoranti del mondo e, ovviamente, anche i rispettivi chef.
Ho trovato sul sito ufficiale dell'iniziativa la classifica ufficiale dell'evento: clicca qui per accedervi.

Tuttavia non mi sono fermata alla semplice consultazione della classifica. Sono andata a visitare i siti dei ristoranti dei primi tre classificati, per capire la ragione per la quale essi sono stati pluripremiati da diverse celebri riviste gastronomiche e da altrettanti critici.

Dei fratelli Roca e del loro ristorante El Celler de Can Roca a Girona in Spagna, si dice:
El Celler est un restaurant free style, de cuisine en liberté, engagé dans l’avant‑garde, sans renoncer à la mémoire des différentes générations d’ancêtres de la famille qui se sont consacrées à faire des repas pour tout le monde. 
L’engagement d’El Celler de Can Roca par rapport à la cuisine et l’avant-garde et son lien avec l’académisme l’ont poussé à défendre le dialogue avec l’agriculture et la science, le dialogue total.
Questo ristorante è proiettato verso la cucina d'avanguardia, tuttavia non dimentica la tradizione e le regole accademiche e difende il dialogo che intercorre fra agricoltura e scienza.

Di René Redzepy, proprietario del Noma a Copenhagen in Danimarca, dicono che abbia reinventato la cucina nordica.
Secondo Restaurant Magazine:
Noma è un omaggio alla terra e al mare, un richiamo alla fonte del nostro cibo. Prendete l’antipasto di carotine croccanti provenienti dalla Lammefjorden, una fertile regione danese, servito con “suolo” commestibile, realizzato usando malto, nocciole e birra, e ravvivato dal verde di una crema alle erbe, – state letteralmente mangiando la terra! 
I grandi ristoranti sono una combinazione di cucina raffinata, idee innovative e rispetto per gli ingredienti. Noma è più di questo. E’ un’esperienza che ti ricorda il motivo per cui alcuni ristoranti meritano di essere venerati.
 Invece, secondo la foodwriter Alessandra Meldolesi di Identità Golose:
È una cucina intensamente nordica quella di René Redzepi, chef del Noma, le prime due sillabe del pasto nordico in danese. Ha recuperato tra l’altro l’uso della cenere, trasformandola in spezia, con aromi variabili a seconda del legno di provenienza. Che gusto può avere ad esempio la cenere di vite di Barolo? Il purè di antiche patate gialle locali, cotte al dente, viene servito su una pietra con dadi passati nel vino al miele, a somiglianza di un campo di patate appena arato. E ancora il granchio reale con i porri passati nella cenere, per ottenere un gusto grigliato, con una salsa a base di brodo di molluschi e briciole di pane: un piatto ideale per l’inverno nordico, corroborante quanto basta per le basse temperature. Per finire, un dessert di caramello con un impasto di cenere, yogurt e acqua, tipico anch’esso di un inverno nordico.
Il terzo classificato, invece, è proprio un italiano: il suo nome è  Massimo Bottura, chef dell'Osteria Francescana di Modena.
Quello che propone Bottura è una cucina “informale”, creata rielaborando piatti e materie prime tradizionali e contrapponendo a tradizione e innovazione, arte contemporanea e design.
Si interessa di cucina molecolare e, per questo, nel 2009 Striscia la Notizia lo accusa di far uso di additivi chimici potenzialmente non sicuri. Tuttavia il Nucleo Antisofisticazione e Sanità non trova nessuna irregolarità nella sua cucina e lo chef può continuare a sperimentare e a creare.
Durante l'estate del 2012, poco dopo essersi aggiudicato la sua terza stella Michelin, Bottura chiude l’Osteria Francescana per un breve periodo di rinnovamento, concentrato sulle due principali passioni dello chef: l'arte contemporanea e la cucina avant-garde.

Quindi cos'è che rende uno chef un'icona della cucina mondiale e la fonte d'ispirazione per gli aspiranti cuochi? La voglia di sperimentare, di spingersi al di là, di rompere i canoni convenzionali, di stupire rimanendo tuttavia sempre fedele alla tradizione e alle regole che stanno alla base della cucina.
Perciò, aspiranti cuochi lettori del mio blog, osate, sperimentate e non temete le critiche: qualche volta possono premiare!



sabato 27 aprile 2013

Preparazione, controllo e conservazione degli alimenti

Oggi ho deciso di andare alla biblioteca comunale e consultare alcuni libri di storia della tecnologia per pubblicare, per una volta, un articolo la cui fonte fosse cartacea e non telematica.
Mi sono imbattuta in un grosso manuale che si chiama Storia della tecnologia e, grazie alla lettura di alcune sue pagine, ho scoperto tantissime cose che vorrei condividere con i miei lettori. Per questo, riporto qui i frutti della mia ricerca tratta dal manuale sopra citato pubblicato da Paolo Boringhieri Editore e scritto da Charles Singer, Eric John Holmyard, A. Rupert Hall e Trevor I. Williams. Il volume da cui ho accinto è il terzo, Il rinascimento e l'incontro di scienza e tecnica, pagine 21-24.

Libri di cucina cominciarono a essere pubblicati non molto tempo dopo l'avvento della stampa. Uno dei primi fu l'inglese Boke of Keruynge (sull'arte del trinciare)  del 1508. Questi libri aiutarono a diffondere l'arte di prepare i cibi in modi più raffinati e di cucinare i nuovi vegetali. Vi furono mutamenti anche nel modo di consumare i pasti. Mentre nel Medioevo due pasti giornalieri erano considerati sufficienti, nel sedicesimo secolo non era infrequente il caso di quattro pasti giornalieri. In Inghilterra il pasto principale avveniva di solito a mezzogiorno, seguito dalla cena alle sette o alle otto circa di sera, ma nel diciottesimo secolo gli appertenenti alla buona società consumavano il pasto principale nel tardo pomeriggio, facendolo precedere da una leggera colazione e seguire da un tè. L'uso del cucchiaio si diffuse rapidamente nel sedicesimo secolo. La forchetta (di solito a due rebbi) si usava nel Medioevo per porgere il cibo agli ospiti o ai commensali; più tardi, nel diciottesimo secolo, si diffuse la vecchia abitudine italiana di usare la forchetta per portare il cibo alla bocca. [...] Nel 1651, alla Corte austriaca il cibo ancora si mangiava con le dita, ma non più tardi del 1750 la forchetta era ormai diventata di moda, attraverso l'imitazione del galateo francese. Forchette a tre e a quattro rebbi fecero la loro comparsa nel diciassettesimo secolo. Della stessa epoca è l'uso di fornire coltelli agli ospiti; in passato invece gli ospiti usavano portare con sé coltello e cucchiaio o forchetta. Per secoli ci si era serviti di fette di pane come piatti, ma nel sedicesimo secolo il vasellame da tavola in legno, peltro o terracotta divenne di uso comune. [...] Il vasellame in vetro per bevande divenne comune attorno al 1650.
Alcune nuove invenzioni fecero il loro ingresso nella cucina. Arrostire le carni era una delle operazioni più delicate dell'arte del cucinare e lo spiedo era quindi uno strumento di grande importanza. I primi manuali sulle macchine illustrano girarrosti azionati dalla discesa di pesi, che più tardi diventarono di uso comune. Sebbene molti inventori si dedicassero alla progettazione di girarrosti ad orologeria, per azionare gli spiedi più grandi ci si serviva di un "tamburo" fatto rotare da cani; introdotto intorno al 1650, questo congegno sopravvisse fino al diciannovesimo secolo.
[...] I progressi sui metodi di controllo dei cibi furono lenti, sebbene fosse sempre più sentita l'esigenza di scoprire eventuali sofisticazioni degli alimenti, i quali venivano importati in numero sempre maggiore da luoghi lontani. I primi addetti alla vigilanza del cibo e della salute del pubblico furono i cernitori o "garbellatori" (dall'arabo gharbala, che vuol dire distinguere, scegliere). Essi non avevano alcuna conoscenza dell'analisi chimica e si basavano soltanto sull'apparenza, sul sapore e sull'odore delle merci [...] dunque raramente essi erano in grado di scoprire sofisticazioni meno grossolane.
[...] La gradazione delle bevande più alcooliche venne per molto tempo esaminata per mezzo della polvere da sparo, esame che consisteva nel versare una piccola quantità di liquido su della polvere da sparo e poi nel cercare di accenderla. Se la polvere bruciava, la percentuale di acqua contenuta nella bevanda era considerata sufficientemente bassa. Il liquore a gradazione regolamentare minima avrebbe appena permesso alla polvere di accendersi, nulla più.
[...] Nel corso dei tre secoli che sono oggetto del nostro esame non si ebbe nessuna grande invenzione che riguardasse la conservazione dei cibi. Le vecchie pratiche di salare, essiccare e affumicare i cibi non subirono quasi miglioramenti. Nel tardo Medioevo si ebbe però un'invenzione che influenzò notevolmente la dieta alimentare del quindicesimo e sedicesimo secolo, e cioè un metodo più progredito per sventrare e conservare le aringhe. Per molto tempo il metodo di conservazione delle aringhe era stato quello della salatura, lo stesso usato per altri pesci; questo metodo, tuttavia, non impediva che dopo un po' di tempo le aringhe andassero a male. William Beukels-Fiandre, inventò intorno al 1330 la seguente procedura: vicino alle branchie del pesce appena preso veniva praticata un'incisione, si toglieva parte delle interiora, quindi il pesce veniva salato e prassato in barili. La pesca delle aringhe, per un certo tempo monopolio degli Olandesi, si sviluppò grazie a questa tecnica, che rese possibile il trasporto di tale economico alimento su lunghe distanze.

venerdì 26 aprile 2013

Dal crudo al cotto

Dopo aver parlato a lezione di Vannoccio Biringuccio e del suo trattato sulla metallurgia De la Pirotechnia, ho deciso di approfondire l’argomento legato al fuoco, al carbone e al loro rapporto con la cucina.

Per quanto riguarda la creazione del carbone, all’interno dell’opera di Biringuccio si spiega come il potere calorifico del carbone ottenuto dal carbonio è maggiore di quello del carbone derivante da cellulosa. Attraverso l’uso del calore sviluppato dal primo, era possibile fondere alcuni materiali, fra cui il mercurio, che veniva adoperato nei processi ad amalgama (per esempio per l’estrazione dell’oro).
Navigando in internet mi sono imbattuta in una guida che spiegava, in maniera molto semplice e breve, come produrre “da sé” il carbone di legna. In sintesi (per coloro i quali non avessero voglia di leggere l’articolo per intero) le cose da fare sono le seguenti:




-          in primo luogo fornirsi di molta legna ed una zappa;
-          scavare una buca abbastanza ampia e profonda (ovviamente in base alla quantità di legna che di possiede) e riporvi dentro tutta la legna reperita;
-          inserire delle foglie secche o dei fogli di giornale in diversi punti della catasta di legni e dar loro fuoco;
-          attendere per qualche minuto che il fuoco attecchisca sulla legna;
-          ricoprire la buca con della terra, avendo cura di lasciare alcune (ma non troppe, altrimenti il carbone non si formerà!) prese d’aria che serviranno per far passare il pochissimo ossigeno a sufficienza;
-          attendere ventiquattro ore (circa);
-          riaprire la buca ed estrarre il carbone di legna.
 A questo punto non poteva non formarsi nella mia mente il collegamento con la cucina e, in particolare, come il modo di cucinare si sia evoluto passando dal crudo al cotto.
Sicuramente il passaggio sarà stato dettato dal caso, ma è sorprendente notare come, anche questa volta, la casualità abbia contribuito alla nostra evoluzione: un articolo tratto da “Le scienze” sostiene, infatti, che
l'introduzione della cottura dei cibi, e della carne in particolare, avrebbe avuto un ruolo di primo piano nel garantire la grande disponibilità energetica necessaria allo sviluppo corporeo e cerebrale dei nostri più antichi antenati. Una nuova ricerca ha mostrato infatti che la carne cotta fornisce all'organismo più energia di quella cruda, un risultato di interesse anche per la dietologia.

Articolo pubblicato dalla rivista "Le scienze" in data 08 novembre 2011
Per concludere, rimando all’articolo che, sono certa, farà riflettere anche voi su quanto e come il caso sia, nella maggior parte delle volte, il motore del mondo.

domenica 21 aprile 2013

La cucina in un film

Se dovessi descrivere la cucina con un film, senza pensarci troppo sceglierei una scena di un film che posso di sicuro annoverare tra i miei preferiti: La finestra di fronte di Ferzan Özpetek.
In più il mio riferimento a questo regista mi permette di riportarne una citazione, che trovo molto calzante: egli sostiene che "la sceneggiatura va cucinata". 

Riporto due estratti del film sopra citato, a mio avviso, molto profondi: 






Giuste misure in cucina

Sebbene l'arte non conosca regole, la nascita di ricettari ha reso necessaria l'introduzione di unità di misura che fornissero indicazioni precise a chi accingesse a sperimentare un nuovo piatto.
Tuttavia, accanto alle misure precise e rigorose, trova ancora spazio quella che io chiamerei la "misura dell'artista": il pressappoco. 
E sì, perché il creatore d'arte vive del proprio gusto e della propria ispirazione e, in cucina, prepara i suoi piatti migliori grazie al quanto basta, secondo gusto, abbastanza, pizzico ... 

Ecco qui una piccola tabella di quelli che sono i parametri di misura in cucina; come vedrete ho tenuto solo le grandezze che davvero vengono utilizzate, perciò le eventuali stranezze saranno volute e non causate da mancanza di conoscenza!

Milligrammo mg 0,001g
Centigrammo cg 0,01g
-
Grammo g 1g
-
Ettogrammo hg 100 g
Chilogrammo Kg 1000g

Millilitro ml 0,001 l
Centilitro cl 0,01 l
Decilitro dl 0,1 l
Litro l
-
Ettolitro ht 100 l
-

Ecco inoltre una tabella di conversione dei principali ingredienti: 

1 cucchiaino contiene:
- 7 ml di liquido
- 7 grammi di burro
- 4 grammi di farina
- 7 grammi di riso
- 5 grammi di sale fino
- 5 grammi di zucchero semolato

1 cucchiaio contiene:
- 10 ml di liquido
- 12 grammi di farina
- 10 grammi di fecola di patate
- 20 grammi di riso
- 15 grammi di sale
- 15 grammi di zucchero semolato

1 bicchiere contiene:
- 100 ml di liquido
- 120 grammi di farina
- 100 grammi di fecola di patate
- 150 grammi di riso
- 150 grammi di zucchero semolato

1 tazza contiene:
- 1/4 di litro di liquido
- 140 grammi di farina
- 120 grammi di fecola di patate
- 225 grammi di riso
- 200 grammi di zucchero semolato
 

Riporto, inoltre, alcune tabelle utili a convertire le misure americane:

Tabella conversione pesi:
½ oz = 10 g
¾ oz = 20 g
1 oz = 25 g
1½ oz = 40 g
7 oz = 200 g
1 lb = 450 g
1 lb =8 oz = 700 g
2 lb = 900 g
3 lb = 1.35 kg

Tabella conversione liquidi:
1 cup = 240 ml
1/2 cup = 120 ml
1/3 cup = 80 ml
1/4 cup = 60 ml = 4 tablespoons (tbsp)
1 tablespoon (tbsp) = 15 ml = 3 teaspoons (tsp)
1 teaspoon = 5 ml (tsp)
1 fluid ounce = 30 ml
1 US quart = 1 litro

Cup da misurare:
1 cup farina = 150 grammi
1 cup zucchero granulato = 225 grammi
1 cup zucchero di canna = 175 grammi
1 cup uvetta = 200 grammi
1 cup riso basmati non cotto = 180 grammi
1 cup formaggio gratuggiato = 110 grammi
1 cup burro/margarina = 2 stick = 225 grammi
1 cup latte = 240 ml
1 cup Yogurt = 250 grammi
1 cup gocce di cioccolato = 160 grammi
1 cup cacao = 120 grammi
1 cup miele = 300 grammi
1 cup polenta = 160 grammi

Nel caso in cui qualcuno fosse interessato all'argomento, riporto di seguito il link di tabelle di conversione davvero accurate e particolari: La cucina di Cuocherella

Curiosità
ONCIA: Storicamente l'oncia è un sottomultiplo dell'unità di misura principale normalmente adottata, tanto che, nell'uso comune della lingua italiana, l'espressione "un'oncia" è sinonimo di "piccola quantità".
Principalmente il termine indica l'unità di misura di massa (o peso) utilizzata in alcuni ambiti commerciali (convenzionalmente si fa riferimento alla libbra), anche se non fa parte del Sistema internazionale di unità di misura (SI).
Il valore di riferimento non è sempre lo stesso, ma varia a seconda dell'ambito in cui si opera.
L'oncia (ounce) è ancora utilizzata negli Stati Uniti, come retaggio del sistema imperiale britannico per misure di massa o di peso. In tale sistema sono stati storicamente attivi diversi riferimenti per la misura del peso. In particolare sopravvive il sistema "avoirdupois" in cui la libbra vale 453,59 grammi e quindi 1 oncia, pari a un sedicesimo (1/16) di libbra (pound), equivale a 28,35 grammi e si indica col simbolo oz.
LIBBRA: La libbra è un'unità di misura di massa o peso di origine romana. Il nome deriva dal latino libra ("bilancia").
La libbra ha avuto valori differenti in diversi paesi ed epoche; attualmente è in uso nel Regno Unito e in altri paesi anglosassoni la libbra inglese (pound), che non fa parte del sistema internazionale.
La coincidenza delle unità monetarie con quelle di peso (es. una libbra d'oro o una libbra d'argento) era comune nel mondo antico. La più antica unità monetaria dell'antica Roma era l'asse librario, un pezzo di bronzo marchiato del peso di una libbra. Da Carlo Magno in avanti la parola libra denotò direttamente una moneta, quella da cui deriva il nome lira. In inglese tuttora la stessa parola pound indica sia la libbra, la cui abbreviazione lb deriva dal latino libra, che la sterlina, il cui simbolo £ è una variazione della lettera L.